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Storia > Monsignor Francesco Saraceno.

Monsignor Francesco Saraceno Vescovo e Vicario Apostolico in Cina.
Atti degli incontri culturali di "Cultura in Pillole 2009".

(di Pasquale Comparelli)

Monsignor Francesco Saraceno in un ritratto di Padre Costantino Comparelli.Il Prelato di cui ci occupiamo nacque a Conca (“della Campania” fu aggiunto dopo l’unità d’Italia, con decreto del 1862) il 28 maggio 1679 da Giovanni Saraceno e Giulia Ciocca, battezzato il giorno dopo la nascita nella Collegiata di San Pietro Apostolo con il nome di Antonio Gaetano Saraceno.
Qui bisogna precisare che testi e documenti che riguardano Monsignor Saraceno non sono tutti concordi nel nominarlo, alcuni scrivono Saraceno, altri Saraceni. Ciò trova spiegazione nel fatto che in latino, che è stata sempre la lingua ecclesiastica, Saraceni, spiego per i ragazzi delle medie, corrisponde al genitivo singolare di Saracinus, che significa: di Saraceno, del Saraceno oppure figlio di Saraceno. In Campania, specialmente, dove molte parole dialettali derivano proprio dal latino, equivoci di questo genere se ne trovano a migliaia. Anche nei Registri dello Stato Civile di Conca, in tempi nemmeno troppo lontani, troviamo il padre trascritto con il cognome di Iannuccilli e il figlio Iannuccillo, nella stessa famiglia poi Grassino e Grassini, Bisante e Bisanti, Antonaccio e Antonacci, ecc. Qui è chiaro che si tratta sempre della stessa persona, perciò continueremo a chiamarlo Saraceno, che ha un suono più italiano che latino.
Scarne ed incerte le notizie sulla fanciullezza di Antonio Gaetano. E’ facile supporre, però, che la famiglia, come tutta la popolazione concana, fosse devota della Madonna dei Lattani, venerata nell’omonimo Santuario in Roccamonfina, già da allora custodito dai Francescani, e che quindi anche il piccolo Antonio Gaetano partecipasse ai pellegrinaggi a piedi, in quel tempo molto frequenti, che portavano i devoti di Conca al Monte dei Lattani. Ciò è confermato dalla scelta del giovane che all’età di 17 anni consacrò la sua vita all’ordine religioso francescano, iniziando gli studi presso il convento di Santa Croce in Napoli, sotto la guida spirituale di Padre Bernardino da Sorrento, che, successivamente, lo inviò all’Istituto Serafico di San Giovanni Evangelista a Lauro di Nola. Avendo, poi, il giovane superato tutte le prove previste dalla regola dell’ Ordine Religioso francescano, in questo stesso Istituto, dopo il rituale corso di studi, avvenne la sua professione religiosa nella cui circostanza il nome di battesimo gli venne mutato in Francesco da Conca. Intorno al 1706 fu ordinato sacerdote con l’unanime assenso dei suoi Superiori, i quali, subito dopo lo destinarono all’insegnamento della filosofia e della teologia ai giovani aspiranti al sacerdozio. Padre Francesco, però, era votato per la vita missionaria, pur conoscendo le molteplici difficoltà che comportava quella scelta. Il suo desiderio di raggiungere la missione francescana in Cina venne, comunque, esaudito in quanto proprio allora si presentò l’occasione e l’urgenza di continuare con forze nuove l’opera di conversione già bene avviata in Cina.

Il Superiore Generale, dunque, a conoscenza dell’aspirazione del Saraceno, che all’epoca era nella comunità francescana di Santa Maria degli Angeli in Assisi, lo convocò insieme ad un altro suo amico, Padre Francesco d’Ottaviano, anch’egli in attesa di intraprendere la vita missionaria in Cina. Dopo questo incontro, i due nuovi missionari seguirono un breve corso di preparazione specifica che si svolse a Roma, nel Collegio missionario francescano di San Pil Superiore Generale, dunque, a conoscenza dell’aspirazione del Saraceno, che all’epoca era nella comunità francescana di Santa Maria degli Angeli in Assisi, lo convocò insieme ad un altro suo amico, Padre Francesco d’Ottaviano, anch’egli in attesa di intraprendere la vita missionaria in Cina. Dopo questo incontro, i due nuovi missionari seguirono un breve corso di preparazione specifica che si svolse a Roma, nel Collegio missionario francescano di San Pietro in Montorio.

Sei mesi dopo, precisamente il 27 settembre 1714 avvenne la partenza per la Cina, meta sospirata dai due ardenti pionieri del Vangelo.

Sorvoliamo sulle disavventure e tribolazioni di quel viaggio, basta dire che i giovani francescani raggiunsero la missione dopo tre anni, sulla rotta Roma, Parigi, Manila, Fu-Kien, compresi i 90 giorni di carcere ai quali furono condannati appena entrati nel territorio cinese, a causa della persecuzione in atto contro gli europei e in particolare contro i cristiani.
Nella Provincia di destinazione dello Schansi e Schensi, ai confini della Tartaria, in vista della storica grande muraglia, furono accolti con molto affetto da Mons. Antonio Laghi da Castrocaro, vescovo di Lorima e Vicario Apostolico della Provincia dello Schensi e Schansi che è più vasta della penisola italiana.
Il Prelato trattenne il nostro Padre Conca (così da allora cominciarono a chiamarlo per distinguere i due missionari omonimi) ed inviò il Padre Francesco d’Ottaviano in un’altra città, distante venti giorni di cammino.
Padre Conca, nel maggio 1719, fu nuovamente arrestato e bastonato insieme ad un gruppo di cristiani catturati a sorpresa durante una funzione religiosa.
Come se tutto questo non bastasse, nel 1720 i missionari operanti nell’Impero cinese andarono incontro insieme ai poveri cattolici ad altre dure prove, compreso un terribile terremoto che flagellò la città e i dintorni di Tunceu, cui seguì una lunga siccità per un anno intero, causando carestie in cinque Province: Pekin, Xantun, Honan, Xansi e Xensi, con mortalità innumerevoli.
Si può comprendere, quindi, in quale drammatica situazione si trovasse Padre Saraceno, il quale non potette fare a meno di lanciare un accorato appello ai suoi Superiori in Italia chiedendo aiuti per i cristiani poveri della sua missione.
Seguì una breve tregua, durante la quale il nostro missionario continuò alacremente la sua opera evangelizzatrice, riuscendo a battezzare nel solo anno 1722 ben 100 pagani. Dopo la morte dell’imperatore K’ang-hi, che aveva regnato per 61 anni, da quando ne aveva 7, il suo successore Yung-cheng riprese a perseguitare i cristiani emettendo un decreto imperiale nel 1724 con il quale ordinava che tutti i missionari abbandonassero i loro posti e fossero confinati a Canton. Padre Conca riuscì a nascondersi, aiutato dai cristiani che lo amavano e stimavano, travestito da medico, ma con il costante pericolo di essere scoperto e condannato a morte. Nella veste di medico continuò a convertire con l’esempio e con la parola, con la carità e la penitenza che gli era divenuta familiare in quella condizione di “Chiesa delle catacombe”. Per sottrarlo alla cattura, i fedelissimi cristiani cinesi gli fecero cambiare più volte abitazione, nuovamente travestito da venditore ambulante. Poi gli trovarono un nascondiglio sulle rive del fiume Sha-ho, come in un film d’avventura. Di lì Padre Conca volle raggiungere un villaggio montano dove vivevano famiglie povere e sottosviluppate. Anche qui i suoi più devoti servitori vollero accompagnarlo procurandogli un somarello, ma lungo il percorso, irto e faticoso, si imbatterono in una feroce tigre, che nella zona era temuta per aver sbranato un viandante.
Il gruppetto di Padre Conca si arrestò ed indietreggiò atterrito, ma il missionario, indossata la cotta, benedisse a mani alzate la tigre, intimandole di allontanarsi .Gli indigeni ripresero così il cammino, intonando spontaneamente un inno di lode al Signore.
In merito a questo prodigio, un testo di Moretti e Margiotti riporta una tela di Monsignor Saraceno che viene raffigurato in abito francescano, la mitra, la croce pettorale, affiancato da un domestico mentre imparte la benedizione. Sullo sfondo si vede una tigre, a testa china, che si allontana.
Da quanto ci è dato desumere dalle lettere che i suoi confratelli missionari scrivevano ai Superiori e ai familiari in Italia, Monsignor Saraceno doveva essere anche una persona di bell’aspetto fisico, che avesse autorevolezza e un certo fascino nel parlare. Si spiegherebbero così, anche per queste doti naturali, le numerose conversioni che operava quotidianamente e che molti convertiti lo seguissero, rischiando per lui anche la vita.
L’odissea di Padre Conca continua con molti altri episodi drammatici e avventurosi, che per brevità non elenchiamo. Solo un accenno alla terribile carestia verificatasi nel periodo appena descritto, durante la quale il nostro protagonista rimase digiuno per quaranta giorni (qui il pensiero corre a Gesù nel deserto), ma sopravvisse cibandosi di erbe selvatiche e bevendo acqua dai ruscelli.
Quando nell’anno 1724 Mons. Antonio Laghi, superiore della missione francescana in Cina, fu catturato ed esiliato a Canton, Padre Conca fu nominato subito Pro-Vicario, ma continuò ad esercitare il suo ministero ancora di nascosto, nel paese di Ko-Kia-Kow-wei-nan. Tre anni dopo, il 5 luglio 1727, Mons. Laghi, per le gravi sofferenze fisiche e morali, passò a miglior vita a sol 59 anni, lasciando al Provicario Conca il peso del gran vuoto venutosi a creare nella Provincia dello Schensi.
Intanto bisognava nominare il successore di Mons. Antonio Laghi per assicurare alla missione stabilità e sicurezza. La Santa Sede, già in possesso del curriculum aggiornato di ciascun missionario, tra i quali anche Gesuiti, non esitò a nominare Mons. Francesco Saraceno da Conca, Vescovo e Vicario Apostolico di Lorima, nella Provincia dello Schansi e Schensi. Da parte sua il Papa Benedetto XIII, con Decreto Pontificio del 16 ottobre 1728, approvò senza alcuna riserva tale nomina pervenutagli dalla speciale Commissione presso la Sede Apostolica vaticana. Dopo non molto tempo, però, Mons. Saraceno nella nuova carica non si sentiva a suo agio, nel senso che egli era abituato più ad eseguire gli ordini che a darli, a combattere in prima linea più da soldato semplice che da capitano, a nascondersi nelle caverne dei monti, a condividere fame, fatica e persecuzioni con i suoi cristiani, per sostenerli e incoraggiarli, per cui scrisse più volte ai Superiori a Roma, pregandoli di volerlo esonerare dalla carica di Vescovo, ma le sue dimissioni non furono mai accolte, in quanto i risultati del suo impegno pastorale, anche nella veste di Vescovo, vennero ritenuti più che soddisfacenti.
Ormai rassegnato, continuò per ubbidienza, ma con immutato slancio, la sua attività apostolica, non tralasciando di confondersi, travestito, fra i cittadini più bisognosi di conforto morale. Intanto la notizia della sua elezione alla carica di Vescovo e Vicario Apostolico in terra cinese non tardò a diffondersi in Italia e nella famiglia Saraceno, che al tempo dimorava in Carinola, la quale si premurò immediatamente di scrivere al Prelato manifestandogli la gioia e le felicitazioni di tutti i parenti. Il fratello Domenico, con il quale Mons. Conca aveva un rapporto epistolare più fitto , gli chiese, per l’occasione, un ritratto da Vescovo, ma egli rispose che bastava pubblicare le sue lettere per lasciare ai posteri un ritratto sicuramente autentico. Alcuni anni dopo, il tanto desiderato ritratto di Mons. Saraceno fu comunque realizzato da un artista italiano, al quale fu commissionato dal fratello Domenico, secondo i suggerimenti e le direttive ricevute dallo stesso vescovo in due lettere del 1739 e 1741. L’opera, ben riuscita, si conserva oggi nel palazzo della signora Alba Gargiulo a Cascano di Sessa Aurunca.
A questo modello si sono ispirati Padre Giorgio Ascione O.F.M. e il concano Padre Costantino Comparelli, il quale, essendo nato proprio nella casa nativa di Mons. Conca e memore della fraterna amicizia che lo lega, da bambino, alla famiglia Saraceno, accettò volentieri l’invito dell’allora Superiore dei Lattani Padre Pacifico Napolitano di dipingere un quadro che raffigurasse il Vescovo francescano, originario di Conca.
La predetta tela è stata riportata anche nel testo di Robertella-Vizzaccaro , in cui è raccontata la vita di Mons. Saraceno, edito nel 1978, dal quale chi vi parla ha ricavato e riassunto buona parte delle notizie che state pazientemente leggendo. Il volume, che conta 247 pagine, esordisce con la storia di Conca alla quale non si fa riferimento nell’attuale contesto per il limite di spazio a disposizione.
Per concludere ritorniamo alla storia di Mons. Saraceno riportando quanto di lui scrivono i predetti Robertella e Vizzaccaro nel chiudere il loro testo biografico: “Calunniato come falso europeo, oggetto di ignobili insinuazioni, ingiurie e oltraggi, sottoposto a pubblico ludibrio, caricato di catene come un malfattore, prigioniero, carcerato con i suoi cristiani, espulso come pericoloso delinquente, fra indicibili sofferenze, nonostante un fisico resistente e collaudato”, Mons. Conca, ormai stremato, ma anche con un bagaglio ragguardevole di meriti, il 7 dicembre 1742 si spense santamente. Aveva 63 anni. Fu sepolto a Ko-chia-Kou, nei pressi di Wei-nam, nello Schensi. Sul sepolcro, nel 1761, fu apposta questa scritta: “ L’illustrissimo Mons. Francesco Saraceni da Conca dell’Ordine dei Minori della più stretta Osservanza di S. Francesco, della Provincia di Terra di Lavoro, Vescovo Lorimense e terzo Vicario Apostolico dello Shensi e Shansi, nato nell’anno 1679, entrato in Religione nel 1696, ed in questa Missione Cinese nel 1716; è qui nascosto nel tumolo, egli che in vita, per non esporsi all’ira virulenta dell’imperatore, si nascose tumulato nelle caverne; morì nel 1742, settimo giorno del mese di dicembre.
La sua venerata memoria rimase in benedizione presso quanti lo conobbero, sia fedeli che infedeli. I cristiani cominciarono a venerarlo come Santo. E fino ai nostri giorni ne rievocano vita e miracoli, mediante un lungo inno popolare, che canta le sue gesta mirabili”. (R.V.)

Mons. Saraceno lasciò un ricco epistolario, lettere ai familiari, lettere ai confratelli ed ai Superiori in Italia, corrispondenza d’ufficio, da cui ricaviamo informazioni preziose sulla sua vita movimentata. Scrisse due lettere pastorali dense di amorevoli istruzioni ed esortazioni per i cinesi, anche intransigenti sulle usanze dei riti giudicati superstiziosi.
Questo ambito meriterebbe un capitolo a parte, perché la materia fu oggetto di una lunga contesa, viva e motivata tra i Gesuiti da una parte, che consideravano puramente civili e onorifici gli atti connessi al culto della figura di Confucio e degli antenati e i Domenicani e Francescani, capeggiati da Mons. Saraceno, invece, che vedevano in quei comportamenti qualcosa di superstizioso e, quindi, sconveniente per i cristiani.
Queste divergenze, tra i missionari italiani in Cina, ebbero risonanza vastissima in Italia e anche altrove, tanto che fu chiamato in causa il parere della Santa Sede da Innocenzio XII fino a Benedetto XIV. Si concluse tutto nel 1939, quando “Propaganda fide” emanò un’istruzione firmata da Pio XII che valeva anche per la secolare questione dei riti cinesi. Trattandosi, allora, di ambienti con libertà religiosa non vi era pericolo di equivoci.

Nell'immagine Monsignor Francesco Saraceno in un ritratto di Padre Costantino Comparelli.

La manifestazione Cultura in pillole 2009.