Il Prelato di cui ci
occupiamo nacque a Conca (“della Campania” fu aggiunto dopo l’unità
d’Italia, con decreto del 1862) il 28 maggio 1679 da Giovanni Saraceno
e Giulia Ciocca, battezzato il giorno dopo la nascita nella Collegiata
di San Pietro Apostolo con il nome di Antonio Gaetano Saraceno.
Qui bisogna precisare che testi e documenti che riguardano Monsignor
Saraceno non sono tutti concordi nel nominarlo, alcuni scrivono
Saraceno, altri Saraceni. Ciò trova spiegazione nel fatto che in
latino, che è stata sempre la lingua ecclesiastica, Saraceni, spiego
per i ragazzi delle medie, corrisponde al genitivo singolare di
Saracinus, che significa: di Saraceno, del Saraceno oppure figlio di
Saraceno. In Campania, specialmente, dove molte parole dialettali
derivano proprio dal latino, equivoci di questo genere se ne trovano a
migliaia. Anche nei Registri dello Stato Civile di Conca, in tempi
nemmeno troppo lontani, troviamo il padre trascritto con il cognome di
Iannuccilli e il figlio Iannuccillo, nella stessa famiglia poi Grassino
e Grassini, Bisante e Bisanti, Antonaccio e Antonacci, ecc. Qui è
chiaro che si tratta sempre della stessa persona, perciò continueremo a
chiamarlo Saraceno, che ha un suono più italiano che latino.
Scarne ed incerte le notizie sulla fanciullezza di Antonio Gaetano. E’
facile supporre, però, che la famiglia, come tutta la popolazione
concana, fosse devota della Madonna dei Lattani, venerata nell’omonimo
Santuario in Roccamonfina, già da allora custodito dai Francescani, e
che quindi anche il piccolo Antonio Gaetano partecipasse ai
pellegrinaggi a piedi, in quel tempo molto frequenti, che portavano i
devoti di Conca al Monte dei Lattani. Ciò è confermato dalla scelta del
giovane che all’età di 17 anni consacrò la sua vita all’ordine
religioso francescano, iniziando gli studi presso il convento di Santa
Croce in Napoli, sotto la guida spirituale di Padre Bernardino da
Sorrento, che, successivamente, lo inviò all’Istituto Serafico di San
Giovanni Evangelista a Lauro di Nola. Avendo, poi, il giovane superato
tutte le prove previste dalla regola dell’ Ordine Religioso
francescano, in questo stesso Istituto, dopo il rituale corso di studi,
avvenne la sua professione religiosa nella cui circostanza il nome di
battesimo gli venne mutato in Francesco da Conca. Intorno al 1706 fu
ordinato sacerdote con l’unanime assenso dei suoi Superiori, i quali,
subito dopo lo destinarono all’insegnamento della filosofia e della
teologia ai giovani aspiranti al sacerdozio. Padre Francesco, però, era
votato per la vita missionaria, pur conoscendo le molteplici difficoltà
che comportava quella scelta. Il suo desiderio di raggiungere la
missione francescana in Cina venne, comunque, esaudito in quanto
proprio allora si presentò l’occasione e l’urgenza di continuare con
forze nuove l’opera di conversione già bene avviata in Cina.
Il Superiore
Generale, dunque, a conoscenza dell’aspirazione del Saraceno, che
all’epoca era nella comunità francescana di Santa Maria degli Angeli in
Assisi, lo convocò insieme ad un altro suo amico, Padre Francesco
d’Ottaviano, anch’egli in attesa di intraprendere la vita missionaria
in Cina.
Dopo questo incontro, i due nuovi missionari seguirono un breve corso
di preparazione specifica che si svolse a Roma, nel Collegio
missionario francescano di San Pil Superiore Generale, dunque, a
conoscenza dell’aspirazione del Saraceno, che all’epoca era nella
comunità francescana di Santa Maria degli Angeli in Assisi, lo convocò
insieme ad un altro suo amico, Padre Francesco d’Ottaviano, anch’egli
in attesa di intraprendere la vita missionaria in Cina.
Dopo questo incontro, i due nuovi missionari seguirono un breve corso
di preparazione specifica che si svolse a Roma, nel Collegio
missionario francescano di San Pietro in Montorio.
Sei mesi dopo,
precisamente il 27 settembre 1714 avvenne la partenza
per la Cina, meta sospirata dai due ardenti pionieri del Vangelo.
Sorvoliamo sulle
disavventure e tribolazioni di quel viaggio, basta dire che i giovani
francescani raggiunsero la missione dopo tre anni, sulla rotta Roma,
Parigi, Manila, Fu-Kien, compresi i 90 giorni di carcere ai quali
furono condannati appena entrati nel territorio cinese, a causa della
persecuzione in atto contro gli europei e in particolare contro i
cristiani.
Nella Provincia di destinazione dello Schansi e Schensi, ai confini
della Tartaria, in vista della storica grande muraglia, furono accolti
con molto affetto da Mons. Antonio Laghi da Castrocaro, vescovo di
Lorima e Vicario Apostolico della Provincia dello Schensi e Schansi che
è più vasta della penisola italiana.
Il Prelato trattenne il nostro Padre Conca (così da allora cominciarono
a chiamarlo per distinguere i due missionari omonimi) ed inviò il Padre
Francesco d’Ottaviano in un’altra città, distante venti giorni di
cammino.
Padre Conca, nel maggio 1719, fu nuovamente arrestato e bastonato
insieme ad un gruppo di cristiani catturati a sorpresa durante una
funzione religiosa.
Come se tutto questo non bastasse, nel 1720 i missionari operanti
nell’Impero cinese andarono incontro insieme ai poveri cattolici ad
altre dure prove, compreso un terribile terremoto che flagellò la città
e i dintorni di Tunceu, cui seguì una lunga siccità per un anno intero,
causando carestie in cinque Province: Pekin, Xantun, Honan, Xansi e
Xensi, con mortalità innumerevoli.
Si può comprendere, quindi, in quale drammatica situazione si trovasse
Padre Saraceno, il quale non potette fare a meno di lanciare un
accorato appello ai suoi Superiori in Italia chiedendo aiuti per i
cristiani poveri della sua missione.
Seguì una breve tregua, durante la quale il nostro missionario continuò
alacremente la sua opera evangelizzatrice, riuscendo a battezzare nel
solo anno 1722 ben 100 pagani. Dopo la morte dell’imperatore K’ang-hi,
che aveva regnato per 61 anni, da quando ne aveva 7, il suo successore
Yung-cheng riprese a perseguitare i cristiani emettendo un decreto
imperiale nel 1724 con il quale ordinava che tutti i missionari
abbandonassero i loro posti e fossero confinati a Canton. Padre Conca
riuscì a nascondersi, aiutato dai cristiani che lo amavano e stimavano,
travestito da medico, ma con il costante pericolo di essere scoperto e
condannato a morte. Nella veste di medico continuò a convertire con
l’esempio e con la parola, con la carità e la penitenza che gli era
divenuta familiare in quella condizione di “Chiesa delle catacombe”.
Per sottrarlo alla cattura, i fedelissimi cristiani cinesi gli fecero
cambiare più volte abitazione, nuovamente travestito da venditore
ambulante. Poi gli trovarono un nascondiglio sulle rive del fiume
Sha-ho, come in un film d’avventura. Di lì Padre Conca volle
raggiungere un villaggio montano dove vivevano famiglie povere e
sottosviluppate. Anche qui i suoi più devoti servitori vollero
accompagnarlo procurandogli un somarello, ma lungo il percorso, irto e
faticoso, si imbatterono in una feroce tigre, che nella zona era temuta
per aver sbranato un viandante.
Il gruppetto di Padre Conca si arrestò ed indietreggiò atterrito, ma il
missionario, indossata la cotta, benedisse a mani alzate la tigre,
intimandole di allontanarsi .Gli indigeni ripresero così il cammino,
intonando spontaneamente un inno di lode al Signore.
In merito a questo prodigio, un testo di Moretti e Margiotti riporta
una tela di Monsignor Saraceno che viene raffigurato in abito
francescano, la mitra, la croce pettorale, affiancato da un domestico
mentre imparte la benedizione. Sullo sfondo si vede una tigre, a testa
china, che si allontana.
Da quanto ci è dato desumere dalle lettere che i suoi confratelli
missionari scrivevano ai Superiori e ai familiari in Italia, Monsignor
Saraceno doveva essere anche una persona di bell’aspetto fisico, che
avesse autorevolezza e un certo fascino nel parlare. Si spiegherebbero
così, anche per queste doti naturali, le numerose conversioni che
operava quotidianamente e che molti convertiti lo seguissero,
rischiando per lui anche la vita.
L’odissea di Padre Conca continua con molti altri episodi drammatici e
avventurosi, che per brevità non elenchiamo. Solo un accenno alla
terribile carestia verificatasi nel periodo appena descritto, durante
la quale il nostro protagonista rimase digiuno per quaranta giorni (qui
il pensiero corre a Gesù nel deserto), ma sopravvisse cibandosi di erbe
selvatiche e bevendo acqua dai ruscelli.
Quando nell’anno 1724 Mons. Antonio Laghi, superiore della missione
francescana in Cina, fu catturato ed esiliato a Canton, Padre Conca fu
nominato subito Pro-Vicario, ma continuò ad esercitare il suo ministero
ancora di nascosto, nel paese di Ko-Kia-Kow-wei-nan. Tre anni dopo, il
5 luglio 1727, Mons. Laghi, per le gravi sofferenze fisiche e morali,
passò a miglior vita a sol 59 anni, lasciando al Provicario Conca il
peso del gran vuoto venutosi a creare nella Provincia dello Schensi.
Intanto bisognava nominare il successore di Mons. Antonio Laghi per
assicurare alla missione stabilità e sicurezza. La Santa Sede, già in
possesso del curriculum aggiornato di ciascun missionario, tra i quali
anche Gesuiti, non esitò a nominare Mons. Francesco Saraceno da Conca,
Vescovo e Vicario Apostolico di Lorima, nella Provincia dello Schansi e
Schensi. Da parte sua il Papa Benedetto XIII, con Decreto Pontificio
del 16 ottobre 1728, approvò senza alcuna riserva tale nomina
pervenutagli dalla speciale Commissione presso la Sede Apostolica
vaticana. Dopo non molto tempo, però, Mons. Saraceno nella nuova carica
non si sentiva a suo agio, nel senso che egli era abituato più ad
eseguire gli ordini che a darli, a combattere in prima linea più da
soldato semplice che da capitano, a nascondersi nelle caverne dei
monti, a condividere fame, fatica e persecuzioni con i suoi cristiani,
per sostenerli e incoraggiarli, per cui scrisse più volte ai Superiori
a Roma, pregandoli di volerlo esonerare dalla carica di Vescovo, ma le
sue dimissioni non furono mai accolte, in quanto i risultati del suo
impegno pastorale, anche nella veste di Vescovo, vennero ritenuti più
che soddisfacenti.
Ormai rassegnato, continuò per ubbidienza, ma con immutato slancio, la
sua attività apostolica, non tralasciando di confondersi, travestito,
fra i cittadini più bisognosi di conforto morale.
Intanto la notizia della sua elezione alla carica di Vescovo e Vicario
Apostolico in terra cinese non tardò a diffondersi in Italia e nella
famiglia Saraceno, che al tempo dimorava in Carinola, la quale si
premurò immediatamente di scrivere al Prelato manifestandogli la gioia
e le felicitazioni di tutti i parenti. Il fratello Domenico, con il
quale Mons. Conca aveva un rapporto epistolare più fitto , gli chiese,
per l’occasione, un ritratto da Vescovo, ma egli rispose che bastava
pubblicare le sue lettere per lasciare ai posteri un ritratto
sicuramente autentico. Alcuni anni dopo, il tanto desiderato ritratto
di Mons. Saraceno fu comunque realizzato da un artista italiano, al
quale fu commissionato dal fratello Domenico, secondo i suggerimenti e
le direttive ricevute dallo stesso vescovo in due lettere del 1739 e
1741. L’opera, ben riuscita, si conserva oggi nel palazzo della signora
Alba Gargiulo a Cascano di Sessa Aurunca.
A questo modello si sono ispirati Padre Giorgio Ascione O.F.M. e il
concano Padre Costantino Comparelli, il quale, essendo nato proprio
nella casa nativa di Mons. Conca e memore della fraterna amicizia che
lo lega, da bambino, alla famiglia Saraceno, accettò volentieri
l’invito dell’allora Superiore dei Lattani Padre Pacifico Napolitano di
dipingere un quadro che raffigurasse il Vescovo francescano, originario
di Conca.
La predetta tela è stata riportata anche nel testo di
Robertella-Vizzaccaro , in cui è raccontata la vita di Mons. Saraceno,
edito nel 1978, dal quale chi vi parla ha ricavato e riassunto buona
parte delle notizie che state pazientemente leggendo. Il volume, che
conta 247 pagine, esordisce con la storia di Conca alla quale non si fa
riferimento nell’attuale contesto per il limite di spazio a
disposizione.
Per concludere ritorniamo alla storia di Mons. Saraceno riportando
quanto di lui scrivono i predetti Robertella e Vizzaccaro nel chiudere
il loro testo biografico: “Calunniato come falso europeo, oggetto di
ignobili insinuazioni, ingiurie e oltraggi, sottoposto a pubblico
ludibrio, caricato di catene come un malfattore, prigioniero, carcerato
con i suoi cristiani, espulso come pericoloso delinquente, fra
indicibili sofferenze, nonostante un fisico resistente e collaudato”,
Mons. Conca, ormai stremato, ma anche con un bagaglio ragguardevole di
meriti, il 7 dicembre 1742 si spense santamente. Aveva 63 anni. Fu
sepolto a Ko-chia-Kou, nei pressi di Wei-nam, nello Schensi. Sul
sepolcro, nel 1761, fu apposta questa scritta: “ L’illustrissimo Mons.
Francesco Saraceni da Conca dell’Ordine dei Minori della più stretta
Osservanza di S. Francesco, della Provincia di Terra di Lavoro, Vescovo
Lorimense e terzo Vicario Apostolico dello Shensi e Shansi, nato
nell’anno 1679, entrato in Religione nel 1696, ed in questa Missione
Cinese nel 1716; è qui nascosto nel tumolo, egli che in vita, per non
esporsi all’ira virulenta dell’imperatore, si nascose tumulato nelle
caverne; morì nel 1742, settimo giorno del mese di dicembre.
La sua venerata memoria rimase in benedizione presso quanti lo
conobbero, sia fedeli che infedeli. I cristiani cominciarono a
venerarlo come Santo. E fino ai nostri giorni ne rievocano vita e
miracoli, mediante un lungo inno popolare, che canta le sue gesta
mirabili”. (R.V.)
Mons. Saraceno
lasciò un ricco epistolario, lettere ai familiari, lettere ai
confratelli ed ai Superiori in Italia, corrispondenza d’ufficio, da cui
ricaviamo informazioni preziose sulla sua vita movimentata. Scrisse due
lettere pastorali dense di amorevoli istruzioni ed esortazioni per i
cinesi, anche intransigenti sulle usanze dei riti giudicati
superstiziosi.
Questo ambito meriterebbe un capitolo a parte, perché la materia fu
oggetto di una lunga contesa, viva e motivata tra i Gesuiti da una
parte, che consideravano puramente civili e onorifici gli atti connessi
al culto della figura di Confucio e degli antenati e i Domenicani e
Francescani, capeggiati da Mons. Saraceno, invece, che vedevano in quei
comportamenti qualcosa di superstizioso e, quindi, sconveniente per i
cristiani.
Queste divergenze, tra i missionari italiani in Cina, ebbero risonanza
vastissima in Italia e anche altrove, tanto che fu chiamato in causa il
parere della Santa Sede da Innocenzio XII fino a Benedetto XIV. Si
concluse tutto nel 1939, quando “Propaganda fide” emanò un’istruzione
firmata da Pio XII che valeva anche per la secolare questione dei riti
cinesi. Trattandosi, allora, di ambienti con libertà religiosa non vi
era pericolo di equivoci.
Nell'immagine Monsignor
Francesco Saraceno in un ritratto di Padre Costantino Comparelli.